Il corso si propone di approfondire, in una prospettiva filosofico-giuridica, il rapporto tra titolarità ed effettività dei diritti. In particolare, esso mira a:
Muovendo dalla formula arendtiana del “diritto ad avere diritti”, il corso si articola in tre momenti. Intende ricostruire anzitutto le forme storiche e lo statuto concettuale della cittadinanza, insieme ai suoi criteri di attribuzione, letti anche come dispositivi che, nel tracciare il confine dell’appartenenza, rischiano di riprodurre l’esclusione che dovrebbero rimuovere. Analizza poi la condizione del migrante, nel confronto tra universalismo dei diritti e sovranità statale, ripercorrendo il dibattito filosofico-giuridico sul diritto di migrare ed esaminando i dispositivi contemporanei di governo della mobilità. In questo quadro affronta il tema del razzismo, considerato non come mera patologia individuale ma come fenomeno alimentato da costruzioni politiche e mediatiche che fanno del migrante il destinatario delle insicurezze legate al mutamento sociale. Assume quindi la vulnerabilità come categoria giuridica, esaminando la condizione di donne, persone LGBTQI+, persone senza fissa dimora e persone detenute, per mostrare come l’ineffettività dei diritti possa discendere tanto da limitazioni esplicite quanto da omissioni dell’ordinamento. Trasversale ai tre momenti è, infine, l’analisi dell’incidenza della rete sulle dinamiche di esclusione esaminate: il corso si interrogherà su come l’ambiente digitale ne abbia amplificate alcune, dalla stigmatizzazione dello straniero all’esposizione delle persone vulnerabili, e ne abbia generate di nuove.
Testo di riferimento: Leonardo Mellace, Chi ha “diritto ad avere diritti”? Titolarità ed effettività dei diritti alla prova di cittadinanza, migrazione e vulnerabilità, Mimesis, Milano-Udine, 2027 (in corso di stampa).
È riservata ai soli frequentanti la possibilità di accedere ad un programma specifico che scaturisce dal contenuto delle lezioni.
36 ore circa